MENS SANA IN POST SANO

CarolaZebone

                                                                                     Ill. Carola Zerbone

Leggendo, sulla rete, racconti e incipit di romanzi, fra la miriade di roba, montagne ormai, capita spesso d’imbattersi in testi senza storia, dialoghi senza verità, cronotopi senza formaggio, ma convinti di aver scritto il miglior Camembert del mondo, tutto condito da un evidente inconsapevole “Tell don’t show,” monotono, privo d’immaginazione, di struttura, di evocazione narrativa, ma la cosa peggiore, privo di emozioni. Non ho mai affrontato questo tema pubblicamente, rispetto le persone e ciò che fanno, non uso il mio giudizio per cercare di sputtanare l’altro, a torto o a ragione. Non sono un critico che naviga disinvolto negli Universi diacronici e sincronici della letteratura, e non ho mai amato il branco che sbrana, le piccole associazioni a delinquere che si coordinano in chat per dissanguare la vittima del momento, magari per sola invidia. Mi limito a osservare il mondo con i suoi colori, con i suoi toni di grigio, e con i suoi lati oscuri. Tiro avanti per la mia strada, non sento la necessità di lapidare qualcuno per affermare la mia esistenza. Proseguo nel mio lavoro con passione, condividendolo in punta di piedi, nel desiderio di migliorare. Di strada ce n’è ancora tanta da fare… e di questi tempi meglio concentrarsi sulla vita.

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Informazioni su Guido Fabrizi

Sono nato in volo e vivo sulla terra, in bilico fra le montagne e il mare. Ascolto e racconto le storie del mondo per dare un senso alla mia. Di questi tempi la scrittura è l'unica cosa che mi fa sentire veramente libero.
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11 risposte a MENS SANA IN POST SANO

  1. newwhitebear ha detto:

    hai ragione. Meglio concentrarsi sui propri scritti piuttosto che scrivere critiche che possono sembrare odiose ma che rispecchiano il nostro pensiero.

    • Guido Fabrizi ha detto:

      E qui è il punto, di quanto sia relativa una critica. Per esprimere un proprio pensiero bisognerebbe essere molto preparati, per non incappare in errori madornali di valutazione. Un esame strutturale non è una passeggiata, ci vuole studio, competenza. Poi, in questa epoca multimediale, ognuno se la canta e se la suona, attribuendosi un alto valore, c’è chi è convinto di avere le capacità filologiche di Eco… che ci vuoi fa’. Si surfa su tutto, con una superficialità estrema che cerca solo di marcare il territorio. Ho scritto questo pensando a quante volte sia stato rifiutato L’Ulisse di Joyce, mi sembra intorno alle 18. Ma quei rifiuti partivano da geni o da cretini? Da gente in buona o cattiva fede? In quest’epoca di giudizi proiettati, frutto di narcisismo individuale, dove tutti si percepiscono menti geniali, diventa veramente difficile stabilire la verità di un pensiero critico onesto, eventualmente da relegare nel gusto soggettivo. Basterebbe avere l’umiltà, oggi bene sempre più raro, di prendere coscienza dei propri limiti, invece di misurare quelli degli altri. Poi si può anche dire che Joyce non sapesse scrivere, ma quello che conta veramente è quello che lui lascia nell’animo di chi lo legge.

      • newwhitebear ha detto:

        accettare i propri limiti è la strada giusta. Questo è anche uno dei motivi che pur leggendo tantissimo ne scrivo poco, perché sono conscio di quello che sono.

      • Guido Fabrizi ha detto:

        La consapevolezza di sé è una gran cosa e non solo per quanto riguarda lo scrivere. Poi, ognuno percorre la propria strada, ma il problema oggi sono i social, dove la condivisione spesso viene distorta a piacimento, e resa ipercompetitiva. Non amo certe strategie, non le comprendo. Tanta energia sprecata per nulla. Per questo da sempre condivido pensieri solo come se scrivessi su di un diario. Comunque sui social non conviene essere troppo bravi, altrimenti si scatena l’odio… 🙂 Ma ti rendi conto che negli anni ho visitato pagine di poeti, quelli veri, dove gli venivano contestati i versi, o le centinaia di pollici giù di youtube su film capolavori, su musica splendida? Secondo me si sta esagerando, e penso che questo dipenda da un’incapacità di ascolto dell’altro, c’è sempre solo, e unicamente, il proprio ego da anteporre a tutto.

      • newwhitebear ha detto:

        Hai ragione per i social. Per scelta personale non li seguo. Sono stato su twitter nei suoi primi anni e mi ero trovato bene con persone normali ma poi ha cominciato a peggiorare e ho chiuso. Per il resto mi sono tenuto alla larga.

      • Guido Fabrizi ha detto:

        Pensavo che proprio in questo momento storico, dove avremmo urgenza di evoluzione, c’è chi ci vuole a tutti i costi all’interno di una bolla cognitiva. Il grande problema ci sarà quando tutto diventerà metaverso, bisognerà fare una scelta precisa fra virtuale e realtà, non ci saranno vie di mezzo.

      • newwhitebear ha detto:

        Sembrerà strano ma ho sempre inseguito le novità. Mi piacciono ma sono convinto che tra virtuale e realtà prediligo il reale. Per il virtuale mi basta e avanza la mia fantasia.

      • Guido Fabrizi ha detto:

        In futuro, soprattutto per le nuove generazioni, distinguere fra le due cose sarà un bel problema… Ci sono studi che dicono che dall’avvento dei social media lo sviluppo intellettivo sta andando verso una sorta di regressione, e non è complottismo. Nel cinema, così come nella vita, troppi effetti speciali atrofizzano la fantasia del pubblico, parole di un grande Maestro. Comunque c’è anche chi cerca di andare oltre a tutto questo. Una piccola anteprima. A fine settembre inizierò, insieme a un autore conosciuto, uno script dove l’unico effetto speciale sarà la mente, ma non con le formule holliwoodiane della pillola magica che aumenta miracolosamente le capacità cognitive. Qui mi devo fermare. D’altra parte, anche ne Il Madremoto c’è qualcosa del genere destinato a una lettura attenta: “…presenze oscure travestite da farfalle.” Non è una frase poetica da giudicare superficialmente. Metonimie, indizi, che collegati, letti nel loro insieme, portano con se qualcos’altro. Quindi non effetti speciali ruffiani, che lasciano passiva la creativita di chi legge, o vede un film, ma la vera interazione, quella che ti porta a scoprire altre dimensioni, oltre a un visibile preconfezionato.

      • newwhitebear ha detto:

        nel momento che sarà difficile distinguere realtà virtuale da quella reale, credo che le nostre menti sia troppo manipolabili.
        L’intelligenza artificiale (AI) mi fa paura, come la sempre connessione alla rete. Quando si è cominciato a parlare di AI, circa trent’anni fa, ero entusiasta per le possibili utili applicazioni ma oggi ho cambiato idea. È troppo pericolosa visto le personalità che sono in giro. Troppi dr. Stranamore per non aver paura.
        Per il tuo progetto sono curioso di conoscerlo.

      • Guido Fabrizi ha detto:

        Se uniamo AI al MV c’è da mettersi subito a ricercare l’uomo… A volte penso che certe paure dipendano dal un gap generazionale di ques’epoca, forse troppo marcato, ma poi, se guardiamo bene, questa volta c’è in gioco qualcosa di più di un’evoluzione tecnologica, lontana dal proprio tempo, qui c’è in gioco l’essere umano, per lo meno come lo abbiamo conosciuto fino ad ora.

      • newwhitebear ha detto:

        hai ragione ma quando la tecnologia sfugge di mano e ai controlli non è mai una bella cosa. Prendi AI e il riconoscimento facciale. Utilissimo per trovare i balordi ma pericoloso se usato in maniera indiscriminata Cina docet

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