UN UOMO A PERDERE

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Sotto la pioggia battente, immobile, un uomo sandwich, imbevuto di lacrime e acqua piovana, stava in attesa che qualcuno rispondesse al suo appello, anche solo con un semplice sguardo. Ormai erano più di trentatré giorni che sostava lì, sotto al sole e alla luna, davanti al Parlamento, in Piazza Montecitorio n°117. La gente, distratta, lo guardava per un attimo incuriosita, e poi proseguiva veloce, in un via vai generale di portaborse, commessi, onorevoli, impiegati, giornalisti, cameramen, forze dell’ordine, pregiudicati, turisti, adolescenti, e passanti. Quella zona fra la Camera, il Palazzo del Governo, e la Galleria Colonna, provocava una sorta di stordimento, dovuto in parte al lusso dei negozi del centro, e in parte alla presenza del potere che, al pari del denaro, genera endorfine da contatto. L’uomo indossava due grandi cartelloni di cartone, dove aveva scritto con uno pennarello nero e spesso: “Da due anni sono disoccupato, tengo quattro figli, ‘na moglie, e sto iniziando a perdere ‘a voglia ‘e campà!”. Aveva ricoperto tutto con una pellicola di plastica da cucina per affrontare le intemperie, e si era piazzato davanti al Parlamento nella speranza che qualcuno lo aiutasse a risolvere la sua drammatica situazione. Di tanto in tanto qualche politico gli si avvicinava chiedendogli il motivo della sua manifestazione e lui, indicando la scritta, diceva: «Mi chiamo Pasquale Lojacono, aggiu’ pagato ‘e tasse pe’ ‘na vita e ora m’arritruovo accà a cinquant’anni, senza nu lavoro, pecchè o principale s’è trasferito in Romania pe’ salvà l’azienda. Nun posso cchiù assicurà neanche nu futuro alla famiglia, e se nisciuno m’aiuta, giuro che me taje ‘e vene cà davanti a tutti voje, che pensate sùlo ai cazzi vostri». Qualche onorevole, incastrato più che altro dal senso di colpa generato dall’avida curiosità di qualche telecamera, rientrava nel Palazzo promettendo sostegno, collette, impegno nel prodigarsi al fine di ottenere interventi superiori, e dopo qualche ora riusciva sventolando, con soddisfazione, un paio di biglietti da cinquanta euro. «Megli’i niente», pensava Pasquale Lojacono: si potevano affrontare due o tre giorni al massimo, ma nulla a che vedere con la dignità di un lavoro. Una mattina, prima dell’ora di pranzo, accompagnata dagli uomini di scorta, uscì dal Palazzo la bionda Presidente della Camera dei deputati. «Bella femmena!» commentò Lojacono, rivolgendosi a un carabiniere sulla piazza. «’Na vera signora… Elegante, raffinata, nu grande savoir-faire…», e mentre stava parlando s’accorse che il cordone degli uomini della sicurezza, che proteggeva l’onorevole donna, procedeva celermente verso di lui, in direzione dell’auto blindata. «Gli’aggia dicere qualche cosa…», e mentre stava cercando di pensare a una frase che l’avrebbe colpita, la barriera umana scalzò Lojacono da una parte che, traballante, incrociò per un attimo lo sguardo educato al sorriso della Presidentessa. Passato il piccolo corteo, nella scia, Lojacono s’accorse che la signora aveva smarrito la sua elegante borsa Louis Vuitton: le era caduta dal braccio, che già sosteneva un cappotto, scivolata via probabilmente vittima di una lavorazione cinese maldestra. Lojacono si chinò immediatamente per raccoglierla, quella era una grande occasione: «riconsegnare la borsa e ottenere una ricompensa, magari un lavoro…», pensava fra sé. Appena afferrata la borsa, dalle macchine di scorta uno degli agenti notò il movimento e, indicandolo ai colleghi, comunicò l’allarme all’interfono. Subito alcuni di loro si diressero verso di lui, che in attimo si sfilò da dosso il sandwich di cartone, iniziando a correre disperatamente. Sebbene quella mattina avesse preso solo un caffè pagato, il fiato era l’unica cosa che non gli mancava. Le guardie lo inseguivano a piedi tenacemente per le stradine del centro di Roma, ma lui non intendeva mollare, fino a quando, per sbaglio, imboccò un vicolo cieco. I due della scorta lo afferrarono da dietro, sbattendolo per terra, mentre lui dibattendosi gridava che non aveva fatto niente, che non aveva rubato nulla, che la borsa s’era staccata da sola, che lui non c’entrava. Uno iniziò a tirargli cazzotti e calci dove capitava, sbattendogli la testa sui sanpietrini, mentre l’altro lo teneva immobilizzato per terra con le ginocchia sul torace e le braccia bloccate dalle manette dietro la schiena. Lojacono iniziò a gridare che gli mancava il respiro, che aveva un dolore al petto, che stava morendo, ma loro continuavano senza ascoltarlo, come presi dal sapore del sangue. Dopo una decina di minuti, voltando la testa verso di me e guardandomi fisso negli occhi, morì. Mi svegliai di soprassalto bagnato di sudore: Pasquale Lojacono ero io.

 

Informazioni su Guido Fabrizi

Partendo dalla fotografia, sto percorrendo l'impervia strada della scrittura cinematografica. Di questi tempi, tutti mi dicono che è da folli girare per produzioni con i propri soggetti sotto il braccio... Sarebbe da folli rinunciare...
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16 risposte a UN UOMO A PERDERE

  1. tramedipensieri ha detto:

    …ho letto un tuo commento…
    Beh..se chiudi vorrei che mi salutassi.
    Inutile dire che mi dispiacerebbe; sei stato uno dei primi a seguire il mio “blog”….

    Ciao
    .marta

  2. tramedipensieri ha detto:

    Eh…si presta benissimo alla realizzazione di un film d’attualità. Gli ingredienti ci sono tutti…
    L’epilogo senz’altro…scritto benissimo come nel tuo stile.

    Scritto dopo cena…così …in velocità?!
    😳

  3. ac ha detto:

    Complimenti caro, continua così che stai nella strada giusta. Quando me li mandi i tuoi nuovi racconti?Tuo amico. AC

  4. jalesh ha detto:

    Complimenti Guido avvicente come racconto.

  5. newwhitebear ha detto:

    Pezzo di cronaca vera. Meno male che era solo un incubo Però le situazioni descritte sono reali.
    Complimenti per come ha castruito e sviluppato la storia.

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