PER TUTTA LA VITA

Pertuttalavita©guidofabrizi2

Aprendo la serranda il sole abbagliava gli occhi in quella giornata d’estate. Stava trascorrendo il suo quarantesimo compleanno da sua madre, e quella luce infiltrata accecava di vitale piacere, ma anche di un dolore sommerso, tagliente, riportato alla memoria da ogni singolo dettaglio di quella casa che, pur essendo il luogo dove era nato, non riusciva a sentire come sua. Assonnato, Carlo percorreva le stanze, osservando le ferite riaffiorare violentemente da ogni singolo frammento di vetro incollato a forza, dagli inquietanti coltelli da cucina dai manici disintegrati, dalle pentole contorte e deformate dalla rabbia, da una vecchia Telefunken a valvole frantumata da decine di martellate. Non c’era cosa in quell’ambiente che non avesse subìto un trauma profondo, causato da un’ira incontrollata che, senza riuscire ad avere coscienza di sé, continuava a esplodere ogni volta, sempre più dannosa, sempre più dirompente. Carlo amava il mare: adorava lasciarsi andare per congiungersi con esso, nel silenzio del trasporto delle onde. Un incontro che avveniva esclusivamente però con maschera e pinne, per cercare di vincere un timore profondo che da sempre quell’amore conflittuale suscitava in lui. Non doveva proteggersi dal mare, ma da qualcosa che aveva dirottato violentemente la sua vita verso un territorio minato da maree di paure. Ogni volta che nella maschera penetrava dell’acqua il panico lo assaliva: riviveva in un flashback quando da piccolo, per qualche suo capriccio, la madre, dopo averlo rincorso per casa, lo prendeva con l’aiuto del padre per portarlo in bagno. Lì lo aspettava un lavandino pieno d’acqua nel quale gli veniva immersa la testa, quasi fino all’annegamento, per ritirarla su di tanto in tanto solo per una boccata d’aria, e poi giù un’altra volta. Carlo continuava a ribellarsi, dimenandosi e tirando calci come un piccolo puledro “desaparecido”. Veniva afferrato per i capelli e, una volta bloccata e tirata indietro la testa, quella madre trasfigurata con l’altra mano gli strofinava il viso con una spugna imbevuta di sapone, che penetrava ovunque, pungente e soffocante più dell‘acqua. A quel punto le sue gambe ribelli cedevano, esauste, crollando sotto il peso del piccolo corpo stremato. Oltre al mare Carlo amava anche le vette delle montagne del Gran Paradiso, dove spesso si avventurava a fare lunghe passeggiate, partendo da Ceresole Reale. Piccoli ma impegnativi sentieri di montagna, che spesso abbandonava per arrampicarsi a mani nude. Ma quando meno se l’aspettava, magari in un momento di difficoltà, non riuscendo a trovare l’appiglio giusto, una belva paralizzante s’impadroniva di lui, congelando la sua anima in una vertigine senza speranza, che lo immobilizzava in un baratro di terrore. Proprio in quell’istante Carlo riviveva simultaneamente tutte le estati e gli inverni trascorsi sul balconcino della cucina, al freddo e al caldo afoso palermitano. Si rivedeva lì, a soli cinque anni, chiuso fuori su quel balcone dalla ringhiera a gabbia, come un piccolo innocente condannato alla gogna. Chiuso lì, per interminabili ore, trascorse con le gambine appese nel vuoto, ciondolanti fra le sbarre alle quali si aggrappava con forza, in attesa che la madre tornasse per liberarlo da una solitudine lasciata alle intemperie, e alle vertigini del sesto piano della loro casa. Da bambino lui era felice quando la madre appariva serena, quando le andava di scherzare, e tutta la paura sembrava allontanarsi magicamente svanendo negli echi di un dolore passato, desideroso solo di essere dimenticato. Iniziava a subentrare un’inconsueta e piacevole atmosfera di rilassamento e normalità. Persino il padre diventava più sciolto, più sereno, espansivo, sembrando ritrovare la parte più positiva di se stesso, riappropriandosi anche del ruolo paterno disertato. Ma a un tratto bastava una semplice parola, o qualcosa che capitava casualmente, una banalità che si metteva di traverso, che subito il gelo s’impadroniva del piccolo momento di gioia, trasformandolo in uno stato di angosciante tensione. Come quando all’improvviso si frantuma qualcosa Carlo ricadeva nella paura, riconoscendo negli occhi di sua madre la fine di quel minuscolo momento di tregua e l’inizio di un tifone violento che, partendo dagli occhi, s’innescava nei denti stretti per esplodere, su tutto, attraverso le mani. Nulla veniva risparmiato: oggetti, fotografie, mobili, piatti, vestiti, qualsiasi genere di suppellettile. Iniziava rompendo ciò che le capitava a tiro, come a dare un pre-segnale della sua rabbia che, spesso, culminava scagliandosi contro il marito, il quale, come un pugile all’angolo, si proteggeva il volto con le mani per attutire quell’ondata di violenza, inconsueta per una donna. Il piccolo stava lì, in silenzio, a guardare tutta quella brutalità, che provocava dentro sé un effetto devastante e che lo faceva sobbalzare a ogni schiaffo, a ogni pugno, a ogni calcio, cercando istintivamente di ripararsi, come quando toccava prenderle a lui, con la speranza rivolta al cielo che tutto finisse presto. Carlo amava tantissimo vedere i fuochi d’artificio ma, ogni volta che ne sentiva i botti, automaticamente sobbalzava dentro, sbattendo le ciglia impaurito e avvertendo un tonfo al cuore, così come quando cadeva un piatto o si rompeva un bicchiere, o sbatteva una porta a causa del vento. Bastava poco per richiamare dentro di lui quella reazione istintiva di quando cercava di ripararsi dagli schiaffi dati all’improvviso, simili a grida, provenienti da un malessere profondo che divorava tutto l’amore da dare a un figlio. In quella mattina d’estate del suo quarantesimo compleanno, rivivendo la sua infanzia, comprese che quella pesante eredità lo avrebbe accompagnato per tutta la vita.

 

logo

Informazioni su Guido Fabrizi

Partendo dalla fotografia, sto percorrendo l'impervia strada della scrittura cinematografica. Di questi tempi, tutti mi dicono che è da folli girare per produzioni con i propri soggetti sotto il braccio... Sarebbe da folli rinunciare...
Questa voce è stata pubblicata in Racconti Brevi e contrassegnata con , . Contrassegna il permalink.

22 risposte a PER TUTTA LA VITA

  1. tramedipensieri ha detto:

    ohhhh…..che bello, e triste. E vero. E tutto.
    Certi episodi accompagnano sempre, o meglio…non vanno più via. Crescono con noi.

    buona giornata
    .marta

  2. Ugo ha detto:

    drammatico, amaro, anche se comunque lascia intravvedere uno spiraglio di luce oltre il buio. Carlo è ormai un adulto che in un certo senso è riuscito a farsene una ragione ed ha preso coscienza del proprio passato e del proprio presente, e quindi in un certo senso un bambino che ha avuto quel minimo di fortuna in più rispetto a tanti altri che nonostante i traumi subiti lo ha salvato dal peggio…

  3. Molto bello: mi unisco e sottoscrivo interamente i commenti fin qui pubblicati. Siamo figli degli episodi del nostro passato che ci accompagnano e con noi crescono.

  4. Serena Albano ha detto:

    Questo tuo racconto è davvero “forte” e fa riflettere sulle ferite dell’anima che si infliggono ai bambini, ferite che, come tu stesso hai scritto, influenzeranno tutto il loro percorso di crescita. Credo che in questo racconto tu abbia voluto sottolineare quanto i bambini e gli adolescenti ricevano ingiustizie, violenze e troppa poca attenzione da parte degli adulti, senza dimenticare gli orrori che vivono in famiglia prima, durante e dopo la separazione dei genitori, diventando “strumenti” di ricatto.

  5. ombreflessuose ha detto:

    Certe paure del passato, tenute a lungo a freno, riemergono impetuose
    Carlo era ossessionato dall’acqua, io ancora del buio.
    Grazie, Guido, sei davvero bravo
    Bacioni
    Mistral

    Ps: gli adulti, a volte, non si rendono conto delle ferite inferte sull’ anima dei piccoli

  6. Simone ha detto:

    Circa un mese fà ho assistito ad un concerto nel mio paesello di Fabio Concato. In ogni esibizione, così ha spiegato il cantautore, dedica la sua canzone del Telefono Azzuro per continuare a sensibilizzare il pubblico circa il problema della violenza fisica e psicologica sui bambini. Concato ha scritto anche canzoni molto particolari, con testi legati a vicende personali e familiari. E’ bello leggere qui ora un altro appello, un altro “non dimentichiamo per favore”. E’ bello leggere anche quando le parole che descrivono la vita sono feroci e terribili. Grazie.

  7. newwhitebear ha detto:

    Questa volta il racconto è più lungo e articolato tra presente e flashback. Carlo porta dentro di sé come cicatrici invisibili il trauma di un’infanzia, trascorsa tra rari momenti di serenità e scoppi improvvisi e violenti della madre. Traumatizzante è l’esperienza del lavndino, come quella dell’abbandono sul terrazzo.
    Violenze fisiche e psicologiche che hanno marchiato a fuoco l’esistenza di Carlo

  8. fareunsogno ha detto:

    Un racconto realistico davvero interessante e a tratti struggente. Immaginare Carlo che cerca riparo da una madre violenta e disturbata rannicchiandosi su un balcone che finisce per diventare una sorta di prigione fa rabbrividire ma al contempo ci pone di fronte alla realtà di tanti bambini che non potranno mai diventare completamente liberi perchè frustrati da un’infanzia mutilata. Le persone più care possono diventare le più dolorosamente pericolose.
    Anche io scrivo brevi racconti ed uno dei personaggi si chiama Carlo…

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...