PAUL REDGREEN

Paul Redgreen©GuidoFabrizi

Mi chiamo Paul Redgreen. Da quarant’anni sono un semaforo aereo: vivo e lavoro a Manhattan, tra la quinta e la 116 est. Mio padre era un solido cofano di una Thunderbird del ’50, e mia madre, donna di classe e tutta di un pezzo, era stata vetrata antisfondamento da Tiffany. Da anni regolo lo scorrere della gente che passa in macchina sotto di me. Gestisco il flusso del traffico con serietà ed impegno, senza transigere, non mi si addice. Quarantacinque secondi per il rosso e altrettanti per il verde. Sì, perchè la mia è una missione etica… Apporto buon senso dove non ce n’è, moderazione dove serve, l’ordine dove regna il caos. Tutto con lo scrupolo di un pubblico ufficiale, che vede ogni cosa e su tutto vigila. Fermo, come un totem, un simbolo al quale si deve rispetto ed obbedienza. Quanta vita è passata sotto questo incrocio che segna il confine fra ricchezza, potere, povertà e disperazione. Una sorta di limite tra bene e male, tracciato su di un fragile vetro con una punta di diamante, temperata con il sangue dei minatori sudafricani. Ricordo che un tempo sembrava facile distinguere i buoni dai cattivi, bastava guardarne l’aspetto… Macchine lussuose provenienti dalla 5Th Avenue con passeggeri vestiti Armani, Versace, appena usciti da una boutique Cartier, o dopo aver fatto una capatina nei grandi magazzini Goodman il giorno di Natale. Tutto era così apparentemente bello che sembrava spontaneo distinguerlo dal male ciondalante, alcolizzato, fatto di crak, che lasciava una scia di vomito o sangue sparso con una vecchia trentotto, dopo aver rapinato il drugstore all’angolo. Ma oggi non riesco più a comprendere dove sia la differenza tra le due cose, considerando che spesso vedevo passare anche Richard S.Fuld, presidente della Lehman Brothers, con altri gangsters di Wall Street, provenienti da Nat Sherman, dopo aver gustato un buon sigaro cubano, senza preoccuparsi di aver distrutto le vite di milioni di persone. Come se Hitler passeggiasse serenamente per la 5Th, dopo aver portato a compimento la soluzione finale, lecandosi i baffetti ancora sporchi di una cenetta gustata da Le Bernardin. Non sai più cosa pensare: se quel rosso debba fermare il traffico e il verde farlo procedere, oppure incrociare i fili, in un cortocircuito, sperando che l’ingorgo produca qualcosa di buono, per riprendere, poi, un nuovo senso di marcia.

Informazioni su Guido Fabrizi

Partendo dalla fotografia, sto percorrendo l'impervia strada della scrittura cinematografica. Di questi tempi, tutti mi dicono che è da folli girare per produzioni con i propri soggetti sotto il braccio... Sarebbe da folli rinunciare...
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9 risposte a PAUL REDGREEN

  1. lella ha detto:

    bello…cosa potrebbe aiutarci a riscoprire la differenza tra bene e male?
    accettare il male, probabilmente, non rivestirlo di alibi, giustificazioni, condizioni…guardare e decidere che è male…e come male va combattuto…
    sereno pomeriggio domenicale…
    lella

  2. tramedipensieri ha detto:

    ” Mio padre era un solido cofano di una Thunderbird del ’50, e mia madre, donna di classe e tutta di un pezzo, era stata vetrata antisfondamento da Tiffany.”
    Troppo forte! 😀

  3. johndscripts ha detto:

    Molto bello questo racconto 😀
    Complimenti davvero!

  4. francescobellanca ha detto:

    Grande! Mi piace molto come scrivi.
    E sono molto d’accordo sul fatto che viviamo in una società grigia dove la distinzione non c’è al primo sguardo. Esiste pero una distinzione chiara e netta che può venir fuori se riusciamo a parlare con le persone. Il pensiero di un’uomo, quello lo identifica!

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