L’AMORE CATTIVO

gioconda

L’AMORE CATTIVO

 

Mi chiamo Letizia D. Ho 18 anni, ma forse è più corretto dire che li avevo, e adesso non li ho più. Devo ammettere che mi fa una strana sensazione vedermi ora, sdraiata lì, su quel tavolo d’acciaio ghiacciato, nuda, con un lenzuolo addosso, coperta di lividi e ferite da taglio coagulate. Qualcosa di simile al cadavere di un animale investito da un’auto pirata. Ma cosa mi ha ridotto in quello stato? Cosa può aver sfigurato in quel modo la mia vita? Ricordo che da bambina portavo la luce fuori e dentro me, e che la notte, prima di addormentarmi, sotto alle lenzuola sognavo un amore speciale, bello, dai modi eleganti, sensibile e intelligente, capace di ascoltare e di comprendere: l’uomo della mia vita. Pretendevo troppo? Passava il tempo, ma questo mio principe sembrava aver perso l’indirizzo del nostro primo appuntamento. Intanto la vita scorreva più o meno serenamente, a parte qualche incomprensione con mio padre con cui non riuscivo mai a parlare, come se tra di noi ci fosse un muro atavico, una sorta di ruolo prestabilito, al quale non si poteva contravvenire in nessun modo. Per fortuna c’era mamma con la quale parlavo di tutto, o quasi, mentre il resto lo condividevo gelosamente con Alessandra e Lisa, le amiche di sempre. Iniziammo a giocare insieme sin dall’asilo e da lì non ci lasciammo per un bel pezzo delle nostre vite fino a quando, non ricordo bene per quale motivo, ci perdemmo di vista. Ci iscrivemmo tutte e tre al liceo linguistico Carducci, dove iniziammo a respirare la vita pulsante. Trovammo subito un sacco di amici con i quali ci incontravamo per condividere sogni, desideri, paure, emozioni, quasi sempre seduti sotto la magnolia davanti casa. Il gruppo era in continua evoluzione: chi si staccava per frequentare un’altra comitiva, chi si aggregava per pura curiosità, per simpatia, o semplicemente perché qualcuno gli piaceva. Un venerdì sera decidemmo di andare tutti insieme a mangiare da “Cheng“, il ristorante cinese sotto casa. Come al solito ci demmo appuntamento alla magnolia e aspettammo per un po’ Marco, il solito ritardatario. Lo vedemmo arrivare a palla sul suo adorato motorino, ma non era solo, era in compagnia di uno sconosciuto: appena mi apparve sentii come uno tsunami interno che, travolgendomi l’anima, tripudiò in un incontenibile calore rosso sulle mie guance. Era bellissimo, biondo con gli occhi chiari, i modi gentili, e scese dal motorino di Marco con un portamento tale che mi fece subito pensare che sarebbe diventato l’amore della mia vita. Al ristorante ci sedemmo una di fronte all’altro, cercando continuamente un contatto con gli occhi, senza però riuscire a comunicare per tutta la serata qualcosa che andasse oltre la conoscenza dei nomi propri: “piacere Letizia, piacere Sergio”. Dopo aver cenato ci dirigemmo verso la fedele magnolia e mentre stavo per salire a casa lui mi trattenne prendendomi il braccio e, superando una breve esitazione, mi chiese di rivederci. Dopo una settimana di lunghe passeggiate trascorse a parlare, ci fidanzammo. Io avevo sedici anni e lui diciotto, faceva il quinto industriale. Iniziò un periodo di amore e tenerezza che non avevo mai conosciuto prima. Ci vedevamo tutti i giorni dopo la scuola, e lui ogni volta portava con sé un piccolo pensiero d’amore. Un pomeriggio, riaccompagnandomi a casa, mi diede un bacio di fronte al portone, proprio nel momento in cui stava rientrando Papà dal lavoro. Fui punita con gli arresti domiciliari per una settimana, ma non trascorse giorno senza che io ricevessi una sua dolce lettera, legata a un fiore, che lui tramite i suoi amici mi faceva avere. Scontata la mia pena, Sergio decise che era arrivato il momento di fare le cose serie e una sera di maggio si presentò a casa con un bouquet di rose, una torta gelato, e una splendida fedina di fidanzamento. Nell’imbarazzo generale cercò subito di parlare con mio padre, esprimendo lucidamente le sue serie intenzioni nei miei confronti, e chiese la mia mano per sancire un fidanzamento ufficiale. Con la persuasione di un esperto venditore riuscì a superare le notevoli esitazioni di Papà, che da quell’attimo mi consegnò nelle sue mani. Trascorsi un paio di mesi di amoreggiamento di coppia arrivò il tempo di una prima separazione. Come tutti gli anni ad agosto con la mia famiglia partivo per le vacanze al mare a Capalbio, e io e Sergio fummo costretti a non vederci per trenta giorni consecutivi. Lui mi scriveva con frequenza giornaliera, telefonandomi anche più volte al giorno, senza badare a spese. Al mio rientro a Roma lo trovai ad aspettarmi sotto casa, e immediatamente mi resi conto che c’era qualcosa che lo adombrava. Salutati i miei mi chiese di stare un po’ con lui, e appena rimasti soli iniziò ad arrabbiarsi perché gli avevano riferito che a Capalbio avevo parlato con un suo amico della comitiva. Da quel momento, fra i suoi compagni, iniziai ad essere considerata al pari dell’intoccabile donna di un boss. Per farsi perdonare della scenata, dopo alcuni giorni venne a prendermi, portandomi un regalo: uno splendido e costosissimo paio di occhiali da sole che aveva comprato con estremi sacrifici, andando a lavorare tutte le sere per un mese in una pizzeria vicino casa sua. Da quel momento pretese che mettessi sempre quegli occhiali, persino la sera, affermando che mi rendevano più affascinante. Poi mi suggerì, come prova d’amore, di non truccarmi più, perché diceva che gli piacevo così al naturale e che, a dire il vero, «truccata sembravo un po’ troia…». E giocando, mi sequestrò la trousse. Dopo qualche settimana accadde qualcosa che mi fece sospettare che forse mi stavo comportando male: passeggiavamo sul lungomare di Ostia, ancora faceva caldo, e avevo indossato una maglietta aderente che metteva in risalto il seno. Lui era scostante e nervoso e a un tratto, prendendomi per mano, mi tirò con sé dentro un negozio di abbigliamento, dove mi comprò una camicetta molto larga, che mi fece subito mettere. Da quel momento non ebbi più modo d’indossare un vestito che valorizzasse il mio corpo. Solitamente Papà e Mamma il primo weekend di settembre partivano la mattina presto per la montagna: una grande occasione per avere casa libera e stare insieme a lui in una nuova intimità che, pensavo, lo avrebbe aiutato a tranquillizzarsi, a conoscermi meglio. Sergio arrivò a casa il sabato dopo la scuola e subito ci mettemmo a mangiare le pennette al salmone che avevo preparato. Intanto guardavamo e commentavamo i video trasmessi da MTV. L’atmosfera era serena, tanto che quando trasmisero lo speciale su George Michael emisi un grido di gioia e iniziai a raccontargli la mia adorazione per quell’uomo. Sergio smise di colpo di mangiare e mi chiese se avevo qualche suo disco. Entusiasta lo accompagnai subito in camera mia e iniziai a tirare fuori tutto quello che del mio mito adolescenziale avevo messo da parte in anni di devozione. Ricordo che euforica riempii il mio letto di oggetti: cassette, dischi, cd, poster, gadget … Girandomi verso Sergio per narrargli la storia di tutte quelle cose, all’improvviso mi arrivò una bomba a mano aperta sull’orecchio destro, che mi provocò un dolore simile ad una lama che perfora il cervello. Un fischio lancinante mi impediva di sentire. Non capivo più nulla, vedevo solo lui che, rabbioso, muovendo la bocca, buttava nervosamente dentro ad un sacco nero tutte le cose che avevo messo sul letto. Riempito, lo chiuse e iniziò a girare per casa alla ricerca di qualcosa. Nel frattempo mi ero seduta, immobile e stordita, come presa da una paralisi. Dopo un po’ arrivò con un martello e con una decina di colpi distrusse lo stereo che Papà mi aveva portato dall’America. Fatto questo prese il sacco e se ne andò, facendomi capire che avrebbe bruciato tutto. Il giorno dopo, di domenica mattina, suonò al citofono di casa: non gli volevo aprire, ma lui iniziò a piangere e a implorare il mio perdono. Lo feci salire e lui, continuando a lacrimare, mi promise che non lo avrebbe fatto mai più. Poi iniziò a spiegarmi che lui lo faceva per amore, perché era molto geloso, e che non sopportava il pensiero che qualcun altro potesse portarmi via da lui. Mi fece una grande tenerezza, e mi sentii come fossi sua madre, ma percependo ancora un terrificante dolore all’orecchio, ormai lesionato e sordo, non riuscivo a spiegarmi il perché di tutta quella rabbia nei miei confronti. Passarono alcuni giorni e tutto sembrava lasciato alle spalle, come un brutto ricordo, fino a quando quella strana sensazione di quiete che stavamo vivendo venne infranta all’improvviso da un pugno sul mio fianco, ricevuto per aver parlato con due amici di scuola incontrati per strada. Non riuscendo a respirare più dal dolore mi accompagnò al pronto soccorso ma, prima di entrare mi sussurrò a denti stretti, nell’unico orecchio rimasto, che mi avrebbe uccisa se avessi detto qualcosa e che da quel momento avrei dovuto fare tutto quello che lui mi diceva. Mi fecero una lastra dalla quale evidenziarono una frattura alla terza costola che dissi di essermi procurata inciampando in una buca per strada. Da quell’episodio Sergio iniziò a trasformarsi da quel ragazzo che mi aveva fatto innamorare in uno sconosciuto che teneva totalmente in mano la mia vita. Ogni giorno diventava sempre più ossessivo: iniziò a pretendere che non salutassi nessuno dei miei amici, fino al punto che gli altri, credendo che me la tirassi, mi fecero il vuoto intorno. Poi decise che tutti i giorni dovevo andare a prenderlo a scuola in macchina con sua madre e restare a casa sua fino alle sette di sera. Rientravo a casa per cena e a malapena riuscivo a studiare un paio d’ore, iniziando così a perdere il contatto anche con lo studio. Nonostante facessi una vita di clausura mi faceva sentire come una prostituta. Cominciò a trattarmi sempre peggio e i pugni, sempre più frequenti, dati in zone nascoste, iniziarono a prendere il posto delle parole. A volte, dopo avermi picchiata, iniziava a piangere, dicendomi che non lo avrebbe fatto mai più, ma ogni volta che ricominciava lo faceva con maggiore violenza e cattiveria, tanto che non riuscivo più a distinguere i suoi occhi azzurri da quelli del mostro che stava trasformando la mia vita. Avevo perso la mia luce esteriore, ma soprattutto quella forza interna che mi aveva sempre accompagnato. Dimagrita e pallida, piena di lividi sul corpo coperti dal fondotinta, trascorrevo le giornate ormai prigioniera in casa di sua madre, mentre lui andava ad allenarsi in palestra, o stando a casa mia a compilare risme di fogli protocollo che mi dava, esigendo che li riempissi di frasi prestabilite, al fine di avere il totale controllo delle mie azioni durante la sua assenza. Ormai ero plagiata, eseguivo tutti gli ordini che mi impartiva senza pormi dubbi, domande, e sentivo di aver perso la percezione di me stessa e la consapevolezza del mio essere. Non sapevo più dove fosse il bene e il male. Più andavo avanti più pensavo che tutto ciò che lui mi faceva dipendesse esclusivamente da me. Una mattina mi alzai con una forte sensazione di nausea e un continuo giramento di testa. Chiamai Lisa con la quale facemmo il conto dalle ultime mestruazioni. La possibilità di essere rimasta incinta mi terrorizzava, ma allo stesso tempo mi dava una sorta di nuova energia interiore che non avvertivo da mesi. Mi sentivo di nuovo stranamente viva e iniziai a pensare che quella sensazione avrebbe senz’altro contagiato anche Sergio. Volai in farmacia a comprare un test di gravidanza, e barricandomi nel bagno di casa iniziai il procedimento: cinque interminabili minuti di attesa che colorarono due barrette rosse che sembravano dire: «siediti e sorridi, sei incinta!». Non sapevo se buttarmi dalla finestra, o andare a scegliere la sua prima salopette. Chiamai subito Sergio, dicendo che dovevo parlargli. Dopo mezz’ora suonò al citofono. Scesi al volo e, in lacrime, ricordo che gli dissi che aspettavamo un figlio. Lui senza batter ciglio mi disse che ero una pazza e che dovevo assolutamente abortire. A un tratto tutto si fece chiaro e iniziai a rifiutare con tutte le mie forze quella soluzione, prospettandogli che avrei potuto tenere il bambino anche da sola. La discussione si fece sempre più accesa e lui, intuendo che in qualche modo mi stavo riappropriando di me stessa, esplose impulsivamente con una fulminea ginocchiata sul basso ventre. La strada era deserta. Restai piegata per una decina di minuti, mentre lui si allontanava ridendo. Salii a casa, e mi misi a letto. In serata i dolori aumentarono e mamma, pensando dipendesse da una colite, mi fece una camomilla che mi aiutò a dormire. Verso le quattro di notte dei forti crampi alla pancia mi svegliarono, costringendomi a correre in bagno. Un dolore lancinante all’altezza del pube mi fece mancare il respiro e qualcosa scivolò giù per il gabinetto. Stetti una settimana a casa senza uscire e una mattina che Lisa mi venne a trovare le raccontai tutta quella maledetta storia. Accarezzandomi si rese conto che avevo la febbre e il giorno dopo mi accompagnò da un amico di suo padre, un ginecologo, che mi aiutò a stare meglio. Una sera mi chiamò Sergio che, piangendo come al solito, mi chiedeva di non abbandonarlo. Gli dissi che ormai era finita e che se avesse insistito lo avrei denunciato. Allora lui mi lanciò una sorta di anatema, dicendomi che nessuno mi avrebbe mai amata come lui, e agganciò. Decisi di riappropriarmi della mia vita, e appena ristabilita partii con Lisa per Capalbio, con una nuova forza che mi avrebbe aiutato a ricominciare. Tornammo dopo una quindicina di giorni, ero rinata, pronta per affrontare la mia nuova vita, e decisi di cercare un sostegno presso una psicologa che si occupava di vicende simili alla mia. Tutto sembrava rifiorire sotto ai miei occhi, la vita tornava a pulsare, e quella brutta esperienza sembrava ormai lontana. Una sera di maggio, mentre stavo rientrando a casa, mi colpì l’intenso profumo dei tigli, e per un attimo mi fermai pensando a come, a distanza di un anno, possono cambiare le cose nella nostra percezione. Questo pensiero mi rese felice e mi accompagnò fino al portone. L’interno dell’androne era buio, e attraversandolo girai verso la chiostrina, in direzione dell’ascensore. Svoltato l’angolo avvertii di essere stata catturata, come un animale in trappola. Immobilizzata, senza poter respirare, iniziai a provare addosso uno strano freddo che trapassava il mio corpo, ripetutamente, in tantissimi punti. Provavo una sensazione di allontanamento da me stessa e, dibattendomi, intravidi nell’oscurità i suoi occhi vuoti che mi stavano sottraendo alla vita. Ricordo che caddi a terra, e provando una strana sensazione di bagnato, causata dal mio stesso sangue, non potei fare a meno di domandarmi: “Ma cosa c’entra in tutto questo l’Amore?”.

 

 

 

ANSA E ADN KRONOS

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LIBRI: GUIDO FABRIZI, UN RACCONTO SU ORRORE DEL FEMMINICIDIO (NOTIZIARIO LIBRI) (ANSA) – ROMA, 8 MAR – GUIDO FABRIZI, ‘L’AMORE CATTIVO’.

Si chiama Letizia D e ha 18 anni, anzi li aveva, visto che se ne sta sdraiata, nuda, su un tavolo di acciaio ghiacciato, con un lenzuolo addosso, coperta di lividi e ferite da taglio coagulate. A ridurla cosi’ e’ stato Sergio, il ragazzo che l’aveva fatta innamorare e che piano piano e’ diventato uno sconosciuto, in grado di controllare totalmente la vita della sua compagna, e poi un mostro. Si intitola ‘L’amore cattivo’ il racconto realista e ben scritto da Guido Fabrizi, regista e autore di comunicazione sociale, che sceglie l’8 marzo per riproporre con forza l’orrore del femminicidio raccontato attraverso gli occhi di un uomo. Mediante un flusso di coscienza, la narrazione ripercorre in flashback il primo incontro tra Letizia e Sergio, il bouquet di rose, la torta gelato e la fedina di fidanzamento. Poi le prime scenate, accompagnate puntualmente dalle richieste di perdono. Poi le botte, sorde, inaspettate, i pugni al posto delle parole, le minacce sussurrate in un orecchio, il dolore e insieme la perdita di consapevolezza, l’incapacita’ di riappropriarsi della propria vita, l’aborto provocato dalle percosse. Quando Letizia pensa finalmente di aver chiuso con il passato, tutto precipita una sera di maggio. Entra nel portone di casa, svolta l’angolo e si sente catturata come un animale intrappola: ”Immobilizzata, senza poter respirare, iniziai ad avvertire addosso uno strano freddo che trapassava il mio corpo, ripetutamente, in tantissimi punti. Provavo una sensazione di allontanamento da me stessa e, dibattendomi, intravidi nell’oscurita’ i suoi occhi vuoti che mi stavano sottraendo alla vita. Ricordo che caddi a terra e, provando una strana sensazione di bagnato causata dal mio stesso sangue, non potei fare a meno di domandarmi: ”Ma cosa c’entra in tutto questo l’Amore?”.

Il racconto e’ scaricabile dal linkhttps://guidofabriziraccontibrevi.wordpress.com/2013/03/07/lamore-cattivo/.

RED-CA

08-MAR-13 18:39 NNNN
adnkronoslogo

CRO   08/03/2013
‘L’AMORE CATTIVO’ di Guido Fabrizi”  
18.34.16

8 MARZO: REGISTA, SEME VIOLENZA IN UOMINI INCAPACI DI CONTATTARE PROPRIE EMOZIONI

GUIDO FABRIZI‘SUPERARE CONDIZIONAMENTI ANACRONISTICI, FRUTTO DI SOCIETA’ MASCHILISTA’ Roma, 8 mar. (Adnkronos) – “Ogni uomo incapace di prendere contatto con le proprie emozioni porta dentro se’ il seme della violenza: dobbiamo imparare a percepire il dolore delle donne se vogliamo crescere e superare quei condizionamenti anacronistici, frutto di una societa’ maschilista”. La pensa cosi’ Guido Fabrizi, regista e autore di comunicazione sociale, che propone in un racconto particolare ‘L’amore cattivo’ (pubblicato sul blog) il dramma vissuto da una donna, visto attraverso gli occhi di un uomo e raccontato “mediante un flusso di coscienza, nel tentativo di mettere a fuoco alcune dinamiche distorte, spesso presenti nel rapporto fra uomo e donna”. Il comportamento violento, evidenzia, “nasce dall’incapacita’ di percepire l’altro come persona, assoggettandolo alla categoria degli oggetti. Si crea cosi’ confusione tra bisogno e desiderio, scatenando comportamenti predatori e prevaricatori, che tendono ad annullare l’altro. Da qui derivano pulsione di possesso, gelosia ossessiva, sadismo, angoscia di abbandono, che possono trovare giustificazione nei codici culturali, in un individuo gia’ predisposto all’incapacita’ d’instaurare un contatto con la propria sfera emotiva”.

(Spe/Col/Adnkronos) 08-MAR-13 18:32 NNNN  

Informazioni su Guido Fabrizi

Partendo dalla fotografia, sto percorrendo l'impervia strada della scrittura cinematografica. Di questi tempi, tutti mi dicono che è da folli girare per produzioni con i propri soggetti sotto il braccio... Sarebbe da folli rinunciare...
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37 risposte a L’AMORE CATTIVO

  1. stileminimo ha detto:

    E’ terrificante perchè anche troppo verosimile. Grazie per averlo scritto.

  2. noruleswords ha detto:

    Non posso mettere “like” su questo post, perché non può piacere in quel senso.
    Pero’ ti ringrazio d’averlo raccontato perché il silenzio e’ l’arma più tagliente di questo tipo di uomini, che non si possono chiamare uomini.

  3. KnockOut ha detto:

    Bel racconto, ben costruito e chiaro nei suoi scopi. Se, però, gli atti efferati del “maschio” restano assolutamente incondivisibili, esecrabili e ottusamente(e criminalmente) avvitati nella loro stupida concezione di “possesso”, che non amore. E’ anche vero che molte donne non riescono a percepire, o non vogliono rilevare i primi “led” che lampeggiano, e che segnalano pericolo. Spesso, confondendo anche loro, manifestazioni di insano possesso per “grande amore”.

  4. lella ha detto:

    Talmente vero da stare male nel leggerlo, ma grazie per averlo scritto…
    lella

  5. Marilena ha detto:

    Grazie Guido per questo racconto ma anche per tutti gli altri che ho ricevuto finaora! Non so dove mi hai pescato, ma sono contenta che lo hai fatto, perché scrivi delle cose che noi tutti pensiamo e sentiamo, ma spesso rimangono solo sensazioni e percezioni superficiali! Tu sai formularle in parole chiare e comprensibili per tutti, maschi e femmine!
    Anche io tnti anni fa sono stata vittima di uno “stalking” durato vari anni ma allora nessuno mi ha aiutato a combattere questo brutto fenomeno, né polizia, ne autorità varie, ne amici e parenti! Mi era stato detto che la colpa era mia, non avendo riconosciuto in tempo la vera natura di quell’uomo…. Posso dirti che sono stata fortunata, me la sono cavata con pneumatici tagliati, serrature della macchina e casa riempite di Attak, inseguimenti continui perfino sull’autostrada con serio pericolo di incidenti etc. La fantasia di chi ti vuole fare del male non conosce confini!

  6. primaepoi ha detto:

    Grazie per questo mini- racconto-verità. Un’occasione di riflessione niente male sul tema Amore vero e inganno pericoloso

  7. danielaranucci ha detto:

    Io nell’esclamazione finale ci leggo la rabbia ultima di chi ha perso tempo credendo che le persone possano cambiare. abbastanza scioccante.

  8. malinadulce ha detto:

    sono rimasta senza parole fino alla fine del racconto…purtroppo una verità troppo nascosta..bisogna reagire e parlare parlare parlare..grazie per avermi fatta riflettere

  9. Fabio Tridente ha detto:

    L’Amore cattivo è il frutto dell’imbarbarimento, dell’ottusità di una società oscura, l’ infame atto di vilipendio alla bandiera di una etica immiserita da un percorso di decostruzione dell’umanità tutta che ahi noi comincia sin da tenera età, dal mondo della scuola dell’educazione. Sai Guido che ne so qualcosa in merito come ben sai.i ragazzi e le ragazze di oggi saranno, spesso noi lo dimentichiamo,gli uomini e le donne del domani. Tocca a noi genitori,educatori,insegnanti,assistenti,comunicatori,scrittori,artisti, politici con la P fare qualcosa per rimettere in moto la macchina della bellezza umana, per cosruire una autentica dimensione di pace,uguaglianza,rispetto reciproco,considerazione,valorizzazione,,,,,in una parola amore e carità laica o cristiana che sia, poco importa. Il racconto è molto bello. Grazie Guido per averci dato una nuova opportunità di riflessione……..a presto.

  10. Aethestetics ha detto:

    Questo racconto mi ricorda e trasmette tante cose, sopratutto a me, figlia del “non amore”. E’ stato emozionante e toccante leggere queste righe tutte in un fiato. Complimenti per il racconto! – Francesca

  11. Chi conosce questo genere di amore, si affaccia su un passato che con tutta la buona volontà, non può sotterrare. Rivedi quella campana di vetro che con fatica sei riuscita a spaccare, ma che ha prodotto frammenti che ancora non riesci a estrarre dall’ anima. E’ come quando hai una vecchia frattura, che risente dei cambiamenti di tempo.

  12. Scusami, ho un pc vecchio che fa i capricci, e non appare la fine del commento…..lo riscrivo, altrimenti non ha senso quello che ho detto. Volevo dire che: E’ una storia molto triste e molto reale, purtroppo l’ amore cattivo ha molte facce, anche quello della persona che avevi scelto come compagno di vita e padre dei tuoi figli. Amore cattivo? Quale amore?

    • Guido Fabrizi ha detto:

      Hai perfettamente ragione, l’importante, però è uscire fuori dagli stereotipi, perché la violenza non ha genere, ma solo incapacità d’amare. L’amore è una parola grande.
      Un saluto. Guido

  13. enzo landi ha detto:

    Terribilmente attuale ,l’amore è comunicazione anche attraverso racconti brevi belli come questo !

  14. Guido Fabrizi ha detto:

    L’ha ribloggato su GuidoFabriziRaccontiNoire ha commentato:

    Anniversari, ricorrenze, non hanno senso se non le si vive tutto il resto della propria vita…

  15. stileminimo ha detto:

    Mi ricordo bene di questo tuo racconto e ti ringrazio nuovamente per aver dato voce a chi non ne ha più… e sono in molte, purtroppo. Le riflessioni che vanno oltre ai soliti sterili luoghi comuni sono lo strumento attraverso il quale può avvenire il cambiamento. L’immedesimazione che tu (in modo particolarmente efficace) ed altri sanno creare con la letteratura è importantissima. Grazie.

  16. newwhitebear ha detto:

    Un documento lucido e impressionante di quello che chiamano amore. Non né cattivo, né amore. E’ semplicemente odio verso le donne.
    Comunque complimenti per come l’hai scritto e sviluppato.

  17. 65luna ha detto:

    Complimenti: scrivi benissimo. Hai trattato un tema estremamente importante, triste che, purtroppo, continua ad essere attuale. 65Luna

    • Guido Fabrizi ha detto:

      Ti ringrazio, ma il merito più grande di questa storia va a una persona che mi ha raccontato la sua vicenda, facendomi comprendere quanto tutto ciò sia lontano dall’amore.guido

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