UNA SERATA PARTICOLARE

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Simone era appena uscito da un reparto oncologico del Policlinico, dove era andato a fare visita a un suo caro amico affetto da LH. Camminando per quei corridoi semibui osservava, passo dopo passo, un mondo fragile, tenuto segregato da un senso comune sempre più aggrappato a un’illusoria immortalità, terrorizzato dagli spettri della malattia, della morte, che devono essere nominati sottovoce, solo quando serve tirar fuori l’empatia sociale. Tutto deve apparire sempre, e rigorosamente, normale: la vita ha un valore speciale finché funziona, in caso contrario va occultata come un cellulare guasto, un frigorifero scarico, o un’autovettura allo sfascio. Rientrando verso casa pensò di fare benzina, ma prima decise di fermarsi in un bar notturno a prendere un caffè, col pretesto di cambiare i cinquanta euro che aveva nel portafogli. Mentre stava consumando al bancone, entrarono un uomo e una donna: lui, rasato, con un paio di occhiali blu elettrico, avvolgenti e aerodinamici; lei, lo guardava con dedizione, annuendo sommessa a ogni sua battuta, alle quali rideva di cuore. Dal momento in cui l’uomo entrò nel bar non smise di parlare un attimo. Sembrava fosse entrato in quel locale esclusivamente per fare da cicerone alla sua accompagnatrice, per svelarle qualcosa di eccezionale. Sul bancone c’era un piccolo forno elettrico che, a ritmo continuo, scongelava e cuoceva cornetti, uno uguale all’altro, fatti in serie da una macchina fabbricata in chissà quale luogo remoto della Cina. L’avventore iniziò a decantare, passo per passo, tutto il procedimento di rianimazione di quelle delizie ibernate, esprimendosi con un’ammirazione paterna, quasi fosse stata sua l’invenzione di quella macchina. Esaltava quei cornetti caldi e profumati, dichiarando al banchista che, sia lui che la sua accompagnatrice, ne avrebbero mangiati volentieri un paio, e che ne avrebbero anche presi altri da portare via, da consumare dopo, a bordo di un volo low cost diretto in un posto da sogno. Simone avrebbe voluto chiedergli per dove, avrebbe voluto sapere qualcosa di più su quelle due figure notturne indefinite, sulla loro destinazione, ma preferì tacere e ascoltare le battute che l’uomo smitragliava ad alta voce, con un’inquietante sicurezza: affermava che nessun aereo di quella compagnia sarebbe mai precipitato, e che l’unico problema, invece, poteva essere la mancanza di una colazione abbondante durante il viaggio invece di un piccolo caffè, e forse anche un maggiore ascolto da parte del personale. Detto questo, afferrò un cornetto portandolo voracemente alla bocca. Nel frattempo una donna senegalese, seduta vicino alla cassa, mandava a Simone occhiate tra l’annoiato e l’invito sessuale a consumare con lei un intimo ammazza caffè, in cambio di una ventina di euro per farsi. Visto che il barista non aveva da cambiare, mise un euro sul banco della cassa, e proseguì per la sua strada recuperando la Citroen DS Pallas in doppia fila. Dopo un paio di chilometri si fermò a un fioraio, sperando sempre nella possibilità di ottenere moneta. Circumnavigò il chiosco alla ricerca della porta e, una volta scoperta, vide all’interno un fioraio marocchino intento a fumare da un’arghilea. Gli domandò se quel fumo fosse buono e, rifiutando una boccata, chiese se avesse da cambiare. Il marocchino, scuotendo la testa, iniziò a raccontare che nel suo paese la benzina costava pochissimo, e che non si ricordava più il motivo che lo aveva spinto a venire in Italia, a diventare uno schiavo in terra straniera, costretto a lavorare per pochi euro al giorno. E proseguendo il suo ragionamento interiore continuò fumare e a borbottare in arabo. Allora Simone si diresse a piedi verso una trattoria poco più avanti e, appena entrato, un cameriere gentilissimo andò verso di lui con una reverenza fuori dal comune. Lo invitò ad accomodarsi, ma lui, svincolandosi dall’equivoco, estrasse il denaro, chiedendo un cambio moneta per fare benzina. Il cameriere, sempre gentile, come se avesse ricevuto quella banconota in mancia, si diresse verso la cassa prendendo cinque pezzi da dieci euro e, salutandolo come il migliore dei clienti, gli aprì la porta. Lungo la strada Simone avvistò un benzinaio. Stava per accostarsi alla pompa quando una Smart gli tagliò prepotentemente la strada suonando il clacson all’impazzata. Dietro al lunotto c’era un adesivo con su scritto: “Vegan on board”. Dalla vettura scese una donna, incazzata come un asparago, che lo accusava di volerla superare. Urlava rivendicando che era arrivata prima lei, e dopo il rifornimento ripartì con una sgommata. Dopo qualche centinaio di metri si fermò davanti all’ingresso di un campo nomadi. Scese e tirò fuori dal bagagliaio due stufette elettriche, che consegnò a un gruppetto di bambini Rom. Era fiera del suo gesto, e sentiva di aver fatto qualcosa di socialmente utile. Tutto sommato, quel piccolo difetto che spesso le creava un pericoloso cortocircuito a casa sua, sarebbe tornato utile all’interno di una baracca abitata da zingari. Fatta benzina Simone si diresse finalmente verso casa, che distava da lì un paio di chilometri e, messo il pilota automatico della stanchezza, andò verso la meta. A un tratto, allo scattare del verde di un semaforo, una macchina iniziò a lampeggiargli dietro nevroticamente, costringendolo ad accelerare. Visto che la strada non consentiva il sorpasso, più lui accelerava, più l’altro lampeggiava tallonandolo. Appena la strada si fece più larga, Simone accostò leggermente per farlo passare, ma quell’atteggiamento così prepotente lo fece ribollire talmente tanto che decise d’impulso di rincorrere quel coglione, per dargli una lezione simbolica. Iniziò, nella notte, nelle vie semi deserte di Monte Mario, un duello automobilistico a folle velocità. A un tratto Simone decise di tirarsi fuori da quella nevrotica pagliacciata e, accostandosi all’altra macchina, gli indicò dove mettere il suo dito medio, e girò soddisfatto a destra, svoltando anche il finale di quella stupida bagarre. Riprese il suo cammino tranquillo verso casa. Arrivato, aprì col telecomando il cancello elettronico del cortile, dirigendosi verso il posto auto. Prese alcune cose nel cruscotto, si accese una sigaretta, e scese dalla vettura per godere di quel cielo freddo e stellato. Poco dopo aver chiuso lo sportello sentì la voce di un uomo dietro di lui che, urlando: «Hey, stronzo!», gli sparò due colpi di pistola lasciandolo a terra, in fin di vita, a guardare il suo sangue scorrere come un ruscello sull’asfalto.

 


 

Informazioni su Guido Fabrizi

Partendo dalla fotografia, sto percorrendo l'impervia strada della scrittura cinematografica. Di questi tempi, tutti mi dicono che è da folli girare per produzioni con i propri soggetti sotto il braccio... Sarebbe da folli rinunciare...
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2 risposte a UNA SERATA PARTICOLARE

  1. ugo felici ha detto:

    La vita purtroppo è veramente assurda, incomprensibile e tu ne hai reso bene l’ idea nel racconto.

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