LA MASCHERA DI PELLE

Carlo era un eroe quotidiano di questa strana epoca, o forse solamente una vittima di un periodo storico come tanti, dove il singolo individuo viene sacrificato sull’altare della patria, o su quello di un’economia cannibale. Da circa vent’anni lavorava come precario, saltando continuamente da un lavoro all’altro, come un pupazzetto di un videogame, a seconda degli umori del datore di lavoro, dell’agenzia interinale, o del contesto dell’economia globale. Una condizione psicologica crudele che gli sminuzzava, ogni giorno, sadicamente di fronte al viso il suo biglietto di sola andata per il futuro. Un eroe invisibile Carlo che pur di riuscire a mantenere la sua famiglia, moglie e figlio di tre anni, aveva rinunciato alle sue ambizioni professionali, al sogno di diventare un giornalista e dare una forma diversa alla sua vita. Vent’anni che gli erano passati addosso con la rapidità di una secchiata d’acqua sporca, e con la forza di un rullo caterpillar, nel tentativo di spremergli ogni singola molecola di umanità. Ma lui, ogni volta che riapriva gli occhi la mattina, come un cartone animato di Willy il coyote, imperterrito si rialzava, spiattellato e dondolante, raccattando quel poco di rispetto per se stesso che gli era rimasto, e continuando a ripetersi che lui sarebbe stato l’artefice del suo futuro. Una delle cose che nella sua vita resisteva tenacemente al precariato generale, dandogli energia, era la voglia di relazionarsi con le persone, di voler conoscere senza pregiudizi, di riuscire a innescare quell’angolo di anima che, sebbene sentiva stesse pian piano scomparendo, rappresentava pur sempre il germoglio più vero ed incontaminato dell’umanità. Una speranza. Amava lasciarsi incontrare dal caso che puntualmente gli presentava qualcuno, donandogli la possibilità di osservare, come un ricercatore, la natura umana. Lui sapeva che lì, in qualche posto nascosto, risiedeva la vera cultura dell’uomo. Per portare avanti la sua sperimentazione prediligeva diverse tipologie di luoghi d’incontro: aeroporti, stazioni, metropolitane, autobus, centri commerciali, negozi, strade… Cambiavano i target, ma l’essenza era sempre quella. Ovunque ci fosse un passaggio di umanità lui stava lì, pronto ad apprendere con entusiasmo. Avrebbe volentieri abitato su di un semaforo, attento a ogni gesto, a ogni sguardo, alle parole dette con la voce e a quelle comunicate con il corpo. Uno dei suoi luoghi prediletti era il supermercato, non per il cibo che considerava mangime da polli, ma perché in quel luogo aveva modo di mappare molto più a fondo le persone che incontrava. Era cosciente che dalla scelta di una scatoletta, di un surgelato, di due uova, o di un pane casareccio, emergevano già molte cose. Il profilo si faceva più delineato: si poteva arrivare più a fondo con l’eventuale interlocutore, e non per vendergli un prodotto posizionato in un certo modo, ma solo per aprire un contatto, il più vero possibile. Una sorta di neuro-marketing dell’anima. Seguiva con lo sguardo di un predatore, e osservava con la curiosità di un bambino chi, per qualche segnale inconscio, stimolava il suo interesse. Quel giorno al supermercato però aveva preso frettolosamente solo tre o quattro cose necessarie, giusto per fiondarsi dritto dritto alle casse. La fila era lunga e davanti a lui c’era un uomo sui cinquanta, ben portati, in forma, vestito casual con jeans, scarpe da trekking, e camicia celeste fuori dai pantaloni. A un tratto, più avanti, una vecchietta iniziò a imprecare ad alta voce contro le tasse troppo care, e dagli occhi della gente emerse una condivisione unanime. L’uomo davanti a Carlo si girò, cercando uno scambio di sguardi consenziente e incrociando i suoi occhi esordì dicendo: «Se fossimo Irlandesi saremmo già scesi nelle piazze. Volete la tassa sulla casa? Eccovi cento euro, tutt’al più duecento. Un Paese in crisi che ora fa pagare alla gente tutto quello che la politica si è fregata dal dopoguerra ad oggi. Che vergogna! Senza considerare che siamo sempre stati noi a finanziare i partiti, senza avere nulla in cambio. Mah…»«Cosa pretende da una nazione fondata sul precariato, sulla disoccupazione e su chi va avanti calpestando l’onestà? Sa cosa penso? Che in fin dei conti tutto questo ce lo meritiamo, poiché è il frutto del nostro individualismo», commentò Carlo «Eh sì, ha ragione lei, ognuno pensa solo al suo orticello… Ascolti il mio consiglio, mandi a studiare all’estero i suoi figli come ho fatto io» «Potendolo fare… Sono vent’anni che cerco di fare il giornalista, ma le sembra facile?» «Ha ragione! Ma la sento molto motivato, e per questo le dico: non molli, c’è bisogno di persone come lei che portino avanti le proprie idee con coraggio e con passione» «Si, ma sta di fatto che il potere economico è diventato la nuova monarchia, e il resto della gente che annega nel quotidiano non ha più la forza di sognare». Il dialogo scorreva, mentre la fila scivolava verso la cassa. Carlo e l’uomo in casual, una volta pagata la loro spesa, si avviarono continuando il loro dialogo fino all’uscita del supermercato, che si apriva nel grande parcheggio pieno di macchine. Sul piazzale l’uomo prese la mano di Carlo e stringendogliela affettuosamente gli disse: «Mi raccomando non cambi mai da come è. Il Paese ha bisogno di persone come lei. In bocca al lupo». I due s’incamminarono verso due direzioni opposte. L’uomo verso destra, e Carlo verso la sinistra del parcheggio. Dopo una cinquantina di metri incuriosito si voltò, così, giusto per delineare meglio il profilo di quella persona incontrata per caso tra una confezione di pelati e un’acqua minerale. Messo a fuoco in lontananza, vide l’uomo salire su una lussuosa macchina, con sopra un lampeggiante azzurro, scortata da altre due, rispettivamente una avanti e l’altra dietro. Iniziarono a sciogliersi i surgelati che la moglie gli aveva chiesto, il sedano avvizzì in pochi minuti, e le fragole ammuffirono repentinamente, mentre Carlo, immobile, osservava le tre macchine allontanarsi a sirene spiegate. Dopo alcune ore la moglie, non vedendolo rientrare a casa, si recò dai Carabinieri per denunciarne la scomparsa. Il giorno dopo la sua foto apparve su Rai Tre, mandata in onda da Federica Sciarelli nel noto programma “Chi l’ha Visto”, dove la moglie, piangendo, chiedeva al pubblico di segnalarle se qualcuno avesse incontrato il suo amato Carlo.

Informazioni su Guido Fabrizi

Partendo dalla fotografia, sto percorrendo l'impervia strada della scrittura cinematografica. Di questi tempi, tutti mi dicono che è da folli girare per produzioni con i propri soggetti sotto il braccio... Sarebbe da folli rinunciare...
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6 risposte a LA MASCHERA DI PELLE

  1. ombreflessuose ha detto:

    Ciao Guido sei davvero molto bravo a novelllare.
    Ti ho letto come una sorsata d’acqua fresca dopo una lunga arsura.
    Hai descritto ottimamente la triste realtà di questo bel ma disgraziato Paese
    Purtroppo l’Italia è piena di Carlo, ma anche di Scrocconi e Cialtroni come il tipo del supermercato.
    Baci
    Mistral

    • Guido Fabrizi ha detto:

      Grazie per il tuo commento che mi incentiva ad andare avanti nel tentativo di portare la mia esperienza fotografica nella scrittura cine. Dobbiamo dare fiducia a Carlo e se la caverà…
      Guido

  2. IL PIANTO DI MEHREGIAH ha detto:

    Racconto scritto con densa chiave espressiva che rivela una nuda esperienza di vita.
    Il linguaggio, così volutamente raffinato, ha la capacità di trasmettere immagini incisive e lievissime sfumature che sono la carica fisica che hanno determinato l’ispirazione.

    Buona serata.

    Mehregiah

  3. Rosemary3 ha detto:

    Uno spaccato di vita quotidiano scritto con eccellente proprietà di linguaggio… Nella prosa sei alquanto bravo, non c’è che dire…
    Ros

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