L’EPOPEA DELLA LEGA

 

 

Un giorno di tanti anni fa nacque, nella nordica e nebbiosa piana del Bodincul, un piccolo uomo dalle umili origini: Donato Bragalercia. Già da bimbo emergevano dai suoi comportamenti una forte componente istrionica e una personalità egocentrica. I suoi genitori tentarono invano di farlo studiare per consentirgli di elevare il rango sociale, ma il giovane Donato non ne voleva sapere e un giorno, ribellandosi al suo precettore, esordì all’urlo di «Ghe l’ho duro», e fu espulso perennemente da tutte le scuole del regno. Iniziò un percorso molto travagliato, nel tentativo di trovare una sua strada. Si cimentò in molteplici mestieri, da maniscalco a stalliere, ma quell’irrequietezza di fondo lo tormentava come una bestia interna. Finché un giorno, guardando i denti di un cavallo, ebbe un’ispirazione: «A caval Donato non si guarda in bocca, quindi chiamandomi Donato sarà dalla mia bocca che uscirà la mia fortuna!». E iniziò a fare il menestrello, benché non avesse una bella voce, in quanto rauca e profondamente stonata. Scrisse alcune canzoni che bipolarmente oscillavano tra l’ebbro e lo sconforto, contenenti sempre una profonda vena di tristezza e solitudine ma, al suo primo tentativo di comunicare con il pubblico, venne scoraggiato a suon di ortaggi e improperi. Chiuso nel baratro della sconfitta ebbe una visione: gli apparve un cavaliere antico, un certo Dagoberto da Guittano, che con la sua possente mano gli indicò la strada dicendo: «Libera dalla schiavitù delle gabelle il popolo di Bodincul, marcia contro i tiranni del regno di Sodoma che magnano il denaro del popolo e sfruttano i tuoi fratelli bodinculiani. Alza il tuo braccio contro gli sfruttatori all’urlo di ‘Bodincul libera’. Poi ogni anno ricorderai questo giorno portando il tuo popolo alle sorgenti del sacro fiume Oponzo e li battezzerai tutta la gente della Lega al grido di ‘Ghe l’ho duro’. Dai, ora alza il carroccio e va’…». Nel giro di pochi anni il giovane Donato divenne un grande uomo, puro di cuore e onesto d’anima, pervaso da uno sconfinato amore per il suo popolo e la sua terra. Ma tanto amore era controbilanciato da una tremenda crudeltà nei confronti dei vili ladri del potere di Sodoma, che si arricchivano con le tasse pagate dal suo popolo, e di tutti gli stranieri che osavano superare da sud il 45° parallelo che segnava il confine della pianura di Bodincul con il resto del mondo. Fu proclamato re da un gruppo di seguaci guidati dai suoi fidi amici, Amirone e Lidecarlo. Il tempo passava e il potere del Re Donato cresceva di anno in anno, come il suo rampollo che aveva avuto da una giovane bodinculese. Il principe, dal criptico nome di Falloncefalo, si dimostrava molto dedito e predisposto allo studio, tanto che iniziò a viaggiare per erudirsi in tutte le terre del continente, riportando titoli e onorificenze che lasciavano ben sperare nelle sue future capacità da regnante. Intanto, l’amico Amirone, che negli anni aveva maturato e nutrito una corrosiva invidia nei confronti di Re Donato, decise che era arrivato il momento di liberarsi di lui. Sguinzagliò i suoi sgherri per accumulare prove a discapito del Re e di quanti lo circondavano, al fine d’intaccare la sua tanto onorata fama di uomo giusto e onesto. Uno di questi sgherri, Mermallo, era diventato il cocchiere di Falloncefalo e conosceva tutti i segreti più intimi della famiglia Bragalercia e i rapporti con la maga Marosuirò. Ma soprattutto, quelli del tesoriere di corte, Sibeloto, che nascondeva il segreto più grande e sconvolgente di tutti. Mermallo raccontò ai quattro venti che Sibeloto, nottetempo, attingeva ai forzieri del popolo della Lega per elargire scudi sottobanco alla famiglia Bragalercia che, all’insaputa di tutti con quei denari faceva beneficenza a sostegno di alcune povere famiglie di emigrati dell’Aspromonte, gli ‘ndranghetari. Il secreto di tale gesto umanitario andava tenuto nascosto, poichè nel cuore del nobile Donato viveva da sempre un uomo del lontano sud che, suo malgrado, per far contenta la Lega, aveva sempre inveito contro il resto del paese al di sotto del 45° parallelo. Comunque, anche il principe Falloncefalo era mosso da nobili princìpi e, grazie ai soldi che Sibeloto gli consegnava tramite Mermallo, cocchiere infame del giovane principe, solitamente era dedito a fare donazioni all’università del piccolo regno povero d’Albènia, per dare la possibilità a tutti i suoi coetanei di raggiungere nello studio risultati simili ai suoi. Intanto la maga Marosuirò accumulava pietre preziose e lingotti d’oro per donarne ai bisognosi di Calabria. ll popolo della Lega, messo a conoscenza dell’andazzo, non gradì questo genere di filantropia, per di più nei confronti dei loro antichi nemici del sud. Capitanati da Amirone misero subito alla gogna Sibeloto e Mermallo, mentre Marosuirò riuscì a fuggire nel suo amato palazzo di Sodoma, protetta dai sodomiti. Amirone consigliò a Donato di abdicare, mentre nella piazza la folla urlava inferocita. Falloncefalo, colto da una crisi esistenziale, abbandonò il Granconsiglio per dedicarsi al duro lavoro della terra che lo avrebbe avvicinato maggiormente alle sue origini. Ma la Lega senza Donato non fu mai più la stessa cosa. Quello spirito di purezza era stato definitivamente calpestato, tanto che ormai di duro restava solo l’asta del vessillo della Lega. Solo alcuni secoli dopo Mastro Salvimini, detto il “moro della Padania”, riuscì a ridare alla Lega nuova linfa, spingendosi col carroccio fino alle porte del continente africano per fronteggiare l’avanzata degli infedeli extracomunitari, ma questa è un’altra storia…

 

 

 

 


Informazioni su Guido Fabrizi

Partendo dalla fotografia, sto percorrendo l'impervia strada della scrittura cinematografica. Di questi tempi, tutti mi dicono che è da folli girare per produzioni con i propri soggetti sotto il braccio... Sarebbe da folli rinunciare...
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4 risposte a L’EPOPEA DELLA LEGA

  1. P.A. ha detto:

    Caro Guido,
    ho letto il tuo racconto ” leghista” molto grazioso e anche un pò
    calviniano.
    Bravo. Ti abbraccio
    Pupi

  2. Guido Fabrizi ha detto:

    L’ha ribloggato su GuidoFabriziRaccontiBrevie ha commentato:

    Ah, i vecchi tempi del “celodurismo…”

  3. tramedipensieri ha detto:

    Vecchi tempi?? Lo trovo attualissimo, altrochè
    e purtroppo…

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