CARBONIO

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Non ritroviamo più la rotta. Osserviamo in silenzio una bussola smagnetizzata che ci porta lontano dal punto di arrivo, mentre anche le stelle sembrano spegnersi, e chiudere gli occhi, per non vedere più il dolore provocato da un carbonio malato che, invece di brillare, implode nell’uomo ricoprendo l’anima di una fuliggine che assorbe luce.

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Auguri!

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Sarà un anno migliore…

Felice 2017!

 


 

 

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Buon Natale 2016

BuonNatale2013

Ogni anno si ripete la retorica del Natale con lo stesso, immutabile, schema: il consumo, il cibo, il gioco delle parti, la fiction…
Speriamo che in tutto questo resti un po’ di spazio per fare qualche piccolo passo anche dentro di noi.

Buon Natale!

 

 

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BULLI QUOTIDIANI

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Lo so, avevi quel piccolo difetto fisico per il quale a scuola, alcuni tuoi compagni, ti mettevano sempre in mezzo, ti vessavano, ti strattonavano, ti facevano maledire il giorno della tua nascita. Poi, crescendo, qualcuno ti ha detto che per ottenere il rispetto degli altri dovevi farti valere, dovevi appartenere a un gruppo di fuoco, con il quale scaricare sul mondo le tue frustrazioni mediante gli urli, le botte, la derisione dei diversi, la violenza fisica e psicologica. Non importa se ti trovi allo stadio, al lavoro, in auto…tu inizia a urlare, a denigrare l’altro, a offendere, a digrignare i denti, a esercitare in ogni modo la tua prepotenza, e poi, quando ti sentirai forte, carico, motivato, insieme ai tuoi simili, inizia a menare, a fracassare, a maledire, e a portare il terrore negli occhi dell’altro, fino al suo annullamento. In quel momento il tuo piccolo difetto fisico sarà cresciuto a dismisura e, senza che tu abbia avuto neanche il tempo di rendertene conto, in un attimo, avrai perso anche la più piccola particella di ciò che restava della tua umanità.

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VIANDANTI

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Spesso, percorrendo la strada in auto, ti può capitare di passare attraverso una porta girevole e ritrovarti a fare un salto nel tempo, come in un film surrealista. Magari, attraversando un incrocio, può capitarti di vedere camminare un uomo elegante, dal passo fiero e spedito, con dei baffini arricciati all’insù, e i capelli, lucidi di brillantina, all’indietro, quasi ad afferrare un irrequieto movimento futurista. La giacca, come l’armatura di un antico cavaliere, aderente ai fianchi, con un distintivo pseudo nobiliare all’occhiello, e un motto: “Il futuro non esiste”. Camicia candida e cravatta sobria, ma scalpitante, domata da un nodo scappino, il tutto dinamicamente sostenuto da pantaloni a sigaretta, leggermente a zompafosso nella speranza di non sporcarsi troppo, attraversando il fiume della vita. E un Borsalino a mo’ di elmo, di tanto in tanto rimesso in sesto da un bastone in radica a mo’ di spada. Non un dandy contemporaneo, ma un autentico viaggiatore, vestito con gli abiti appartenuti a suo nonno, alla ricerca di una dimensione dissolta, scomparsa, disintegrata dal tempo. E continui a girare sulla tua rotta immatricolata su dei parametri nevrotici, appiccicati lì, come un marchio di fabbrica obbligatorio, come un codice a barre che, nella decodifica, porta con sé l’informazione della tua sconfitta contemporanea. Poi acceleri, nel tentativo di seminare i tuoi pensieri, evitando di lasciarti coinvolgere troppo dalle sensazioni visive e, dopo la curva, nell’eccesso di un movimento evasivo di massa, inchiodi sbattuto contro il muro del silenzio, dove tutto torna a essere fermo, senza tempo, privo di meccanica sostanza. In fondo, con le spalle all’ospedale, la vedi per la prima volta, immobile, silenziosa a tutto tondo, come una sirena di bronzo seduta, in mezzo a un mare di petrolio, su di una Samsonite azzurra graffiata dalla strada. La testa chinata su se stessa, quasi a cercare un’uscita di sicurezza dentro di sé. Le gambe stanche, oblique, dai cento denari neri e smagliati, unite con l’eleganza di una stella ballerina, dalla gonna in pelle scura. Una cascata di extension nere sgorga da un alto fermaglio in rame stile impero, occultando dei capelli grigi, macchiati di biondo. Gli occhi chiusi abbandonati su quel volto, come le labbra gonfie, sintetiche, dimenticate nel tentativo di rincorrere un sorriso adolescenziale. E sulla giacca, un gessato nero simile a quello di una hostess, un’iniziale dalla nichelatura scrostata da punti di ruggine: una grande V di vita, di vittoria, di verità, quasi a rappresentare il logo di una compagnia di bandiera dell’anima. E la sera, poi, ripassare stanco, e rivederla tuffarsi nella sua valigia aperta, dopo aver mangiato dei crackers avuti in dono da una commessa del supermercato, ed essersi tolta le vecchie Dr. Martin scolorite, provenienti direttamente dagli anni ’80. Poi, parcheggi la macchina sottocasa, e incroci lo sguardo di un bambino che, dopo avere squadrato come uno scanner la tua vecchia auto, ti guarda con aria di sufficienza, quasi di disprezzo, per poi ritrovare la considerazione, e la pace, negli occhi di suo padre, che gli ha insegnato da sempre a giudicare gli uomini dalle dimensioni della propria autovettura, omologandolo a una motorizzazione senza futuro.

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SELFIEXISTENCE

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Il selfie fotografa l’ectoplasma della nostra esistenza.

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FAI FINTA DI NIENTE…

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Fai finta di niente anche se il peso è costante, quando ti prendono a calci, vai avanti ugualmente. Se ti svegli già schiavo, congela la mente, fatti un espresso al mattino e vai avanti pimpante. Fai finta di niente, quando volti le spalle a te stesso, perché ti senti sputato da un mondo fetente, quando cerchi un aereo nel cielo per andare lontano, per provare almeno una volta un respiro ammaliante. Fai finta di niente, quando ti si chiude una porta importante, solo perché non hai il giusto parente, quando il tuo sogno é spezzato, e ti senti tradito in un dedalo cieco, e il tuo cuore si dichiara perdente, facendo finta di niente.

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